Il prezioso e alacre lavoro che stiamo conducendo con le associazioni datoriali e i consulenti del lavoro nel serrato confronto per attivare gli ammortizzatori sociali previsti dal decreto “Cura Italia” sta restituendo uno spaccato abbastanza fedele del sistema produttivo regionale dal quale stanno emergendo, oltre ad innumerevoli aspetti positivi, anche una serie di preoccupanti criticità, legate in particolar modo al ricorso patologico da parte di un numero significativo di aziende a forme di lavoro in tutto o in parte irregolare. Particolarmente interessati a questo genere di pratiche appaiono i settori dei servizi, del turismo, dell’artigianato, dell’edilizia, delle piccole imprese manifatturiere e dell’agricoltura, dove si registrano le situazioni più preoccupanti.

Non è un caso, dunque, che il governo sia dovuto correre ai ripari per ricalibrare le misure di contenimento della crisi sociale determinata dall’epidemia con l’obiettivo di intercettare e dare copertura a questa vasta platea di senza diritti che da anni vive ai margini del mercato del lavoro legale. Hanno destato scalpore nei giorni scorsi le parole del ministro Provenzano sulla necessità di un sostegno economico ai lavoratori in nero. Ebbene, oggi i dati non solo confermano le previsioni statistiche che erano state fin qui realizzate sul fenomeno del lavoro sommerso, con una stima di circa 3,8 milioni di lavoratori irregolari nel nostro paese, ma vanno oltre mettendo in evidenza una realtà ben più radicata nel tessuto economico e nella vita quotidiana di migliaia famiglie del Mezzogiorno, tanto da potersi considerare quasi la norma, a giudicare dal rapporto tra numero di dipendenti legali e risorse umane effettivamente impiegate.

L’attuale fase di emergenza ci impone come priorità la tutela del reddito delle persone, ma nei prossimi mesi, passata la burrasca della crisi, occorrerà mettersi intorno ad un tavolo per affrontare alla radice la questione del lavoro sommerso e gli effetti deleteri che esso determina sul tessuto sociale ed economico della nostra regione. Bisognerà ragionare sulla capacità dell’attuale sistema dei controlli fiscali, contributivi e amministrativi di cogliere e contrastare il fenomeno nella sua concreta e persistente dimensione. Non partiamo da zero. La legge contro il caporalato, ad esempio, ha dato agli organi di controllo maggiori strumenti e risorse per combattere il lavoro irregolare in agricoltura. È appena il caso di ricordare che la legge 199 del 2016 affida alle parti sociali un ruolo non secondario nel promuovere e incentivare il lavoro di qualità. Perché non esportare questo modello in altri settori sensibili come il turismo, il commercio o la piccola impresa manifatturiera?

Noi riteniamo che il persistere di sacche di lavoro sommerso sia un indicatore di cattiva qualità dei servizi e delle produzioni e rappresenti una zavorra al processo di modernizzazione dei principali settori produttivi del Paese. Siamo al cospetto di quella che potremmo definire una sorta di trappola del sommerso in cui una quota di imprese che mette in atto pratiche irregolari costringe l’intero sistema imprenditoriale a misurarsi prima o poi col dilemma tra legalità o illegalità per restare nel mercato. Si alimenta così un circolo vizioso in cui la competizione è drogata dal ricorso al doping sociale e al dumping contrattuale, fenomeni spesso tollerati dalle stesse pubbliche amministrazioni, segnatamente nel settore degli appalti esternalizzati, e in cui si opera un vero e proprio rovesciamento tra comportamento normale e comportamento deviante: quando l’illegalità diventa la norma viene meno il principio di legalità, con tutte le conseguenze culturali del caso.

La ricostruzione che ci attende nei prossimi mesi e anni dovrà, insomma, essere fondata ad un tempo tanto sul contrasto amministrativo e penale del sommerso quanto sulla costruzione di una nuova cultura della legalità incentivando, in particolare, il lavoro di qualità e un modello di fare impresa che sappia guardare con coraggio alla sfida dell’innovazione senza ripiegarsi su comportamenti opportunistici. È un lavoro che va condotto costruendo un dialogo concreto con le controparti datoriali con cui vogliamo immaginare percorsi mirati alla promozione delle buone pratiche sociali e del lavoro di qualità nella consapevolezza che, oggigiorno, le imprese più competitive sono quelle che investono seriamente sulle risorse umane e sperimentano con il sindacato innovative pratiche contrattuali. Dentro questo percorso, centrale sarà anche il ruolo della Regione che dovrà vigilare per selezionare le buone imprese e per accompagnare e sostenere, con adeguate politiche e risorse, la modernizzazione del tessuto produttivo regionale e il suo riposizionamento su quelle fasce competitive in cui il capitale umano costituisce la vera risorsa critica. È una sfida che si vince tutti insieme.

Enrico Gambardella