C’è un lato oscuro nella crisi provocata dall’epidemia da SARS-CoV-2 in cui ogni giorno si consuma il disagio di migliaia di lavoratrici e (in maniera minore) di lavoratori. È il mondo del lavoro domestico: colf, badanti, babysitter, spesso stranieri, in molti casi inquadrati in modo irregolare e perciò senza il diritto a forme di sostegno al reddito. Rappresentano la spina dorsale del welfare informale all’italiana che riempie il vuoto delle politiche pubbliche, particolarmente carenti quando si parla di assistenza presso il domicilio. L’emergenza sanitaria ha messo a nudo le contraddizioni e i punti deboli di questo sistema, ma anche le sue opportunità se adeguatamente valorizzate.
 
Ma qual è la dimensione del fenomeno in Italia e nella nostra regione? Le ricerche più accreditate parlano a livello nazionale di un totale di 2 milioni di lavoratori domestici, ma di questi solo 859 mila sono lavoratori regolarmente inquadrati. Un dato, quello del lavoro regolare, che segna una preoccupante flessione di quasi 13 punti tra il 2009 e il 2018. Negli ultimi dieci anni è cambiata anche la composizione interna del lavoro domestico: si riducono i collaboratori familiari (colf) e aumentano gli assistenti (badanti), in linea con l’evoluzione economica e demografica del paese.
 
In Basilicata i lavoratori domestici regolarmente assunti sono 3.266 (in calo del 15 per cento rispetto al 2012), equamenti divisi tra colf e badanti. Per la metà provengono dai paesi dell’Est Europa ma la componente italiana è assolutamente significativa (43,0%). In nove casi su dieci parliamo di lavoratrici, a conferma della femminilizzazione di questo segmento del mercato del lavoro.
 
Quali effetti ha determinato l’emergenza coronavirus su questo universo? Nel lavoro domestico registriamo un sostanziale aumento del carico di lavoro per garantire la pulizia e l’igiene degli ambienti e delle persone. Pur facendo i conti con ansia e preoccupazione, gli addetti di questo settore continuano a fornire assistenza a molte persone anziane o disabili e si prendono cura dei bambini, consentendo ai familiari della persona assistita di lavorare al servizio del paese. Tuttavia, la salute e la sicurezza delle assistenti familiari non devono essere trascurate garantendo loro un’adeguata dotazione di dispositivi di protezione individuale.
In attesa di capire quali misure saranno contenute nel decreto maggio (ex aprile), sappiamo che con il decreto “Cura Italia” il lavoro domestico è stato appena sfiorato.
 
È noto a tutti che i lavoratori domestici sono stati esplicitamente esclusi dalle misure ordinarie e straordinarie di sostegno al reddito finora previste. Pertanto, la questione è come assicurare il sostegno vitale a questa platea di lavoratori che assicura il funzionamento del nostro modello di welfare informale. In parte, abbiamo provato a rispondere ai bisogni del settore mediante prestazioni straordinarie erogate da Cassa Colf, l’ente bilaterale di assistenza sanitaria del comparto, ma riteniamo che servano risposte tempestive e strutturate da parte del governo.
 
Ai decisori politici dovrebbero essere noti i livelli retributivi e il fatto che molti di questi lavoratori sono stranieri conviventi, privi quindi della possibilità di trovare un altro alloggio in caso di morte dell’assistito. Non è perciò inappropriato parlare di lavoratori domestici intrappolati in un limbo: senza lavoro, senza un alloggio, privati della possibilità di ritornare al paese di origine, senza alcun sostegno al reddito. Intrappolati dal Covid sono anche i lavoratori che prestano la propria opera in regime orario, in molti casi sospesi senza retribuzione e con le incombenze della quotidianità da dover fronteggiare.
 
È urgente, a nostro avviso, prevedere una misura di sostegno al reddito per il comparto domestico e sostenere le famiglie dal punto di vista economico al fine di evitare i licenziamenti e dotare i collaboratori di adeguati dispositivi di protezione. In tutta Europa le organizzazioni di fornitori di servizi per la persona e la famiglia, i datori di lavoro privati e i lavoratori si stanno mobilitando per affrontare le sfide della pandemia. L’obiettivo finale è quello di continuare a fornire sostegno alle famiglie e alle comunità, garantendo al contempo i diritti e la protezione dei lavoratori domestici. Tuttavia, è altrettanto importante garantire ai lavoratori dei servizi di assistenza personale e domestica la possibilità di riprendere la propria attività in condizioni adeguate durante questa crisi pandemica, non essendo in alcun modo possibile alienare la distanza interpersonale e fare in modo che il variegato universo del lavoro domestico diventi un investimento prioritario per la ripresa post crisi.
 
Con adeguati investimenti il lavoro domestico potrebbe diventare uno dei principali volani della crescita occupazionale. La sfida è fare del lavoro domestico un settore altamente professionalizzato e un ingranaggio fondamentale di un innovativo modello di welfare di prossimità in grado di intervenire in modo puntuale e personalizzato sulle aree della fragilità sociale. Si tratta, in altri termini, di istituzionalizzare il lavoro domestico come lavoro di cura tout court. Al contrario, il rischio è che una grande parte della forza lavoro attuale possa essere risucchiata nell’area del sommerso. I segnali in tal senso sono già evidenti. E sarebbe una sconfitta per tutti.
 
Per questo riteniamo che una sanatoria oggi sia quanto mai necessaria oltre che conveniente per le casse dello Stato in termini di maggiore gettito fiscale e contributivo che deriverebbe dalla riemersione del sommerso. Tuttavia, tale sanatoria andrebbe accompagnata dalla presa di coscienza dell’importanza di un settore che incrocia due debolezze e altrettanti bisogni: quelli di chi lavora e quelli della famiglie. È tempo che il welfare informale italiano faccia un passo in avanti e diventi un po’ più formale e organizzato.
 
Aurora Blanca
Segretaria nazionale della Fisascat Cisl